I venerdì al Logos

 Lezione 1:Indulto

 L’aula è piena, dieci forse dodici persone; un colpo d’occhio non serve: l’atmosfera è densa di umanità senza fissa dimora chiusa in una stanza di venti metri quadri.

La maggior parte sono uomini, è sempre così: le donne sbagliano meno forse.

Le voci sono quelle della strada, del bar, del silenzio di una riservata omertà, ma gli sguardi sono tutta un’altra cosa.

Un conto è come vuoi apparire, come ti atteggi, come fai il sostenuto, un conto è come ti hanno piegato la vita e di come la guardi.

Gli “indultati” (termine terribile), usciti da poche settimane, hanno lo sguardo di chi è felice di vedere la luce e di respirare l’aria.

Lo sguardo di chi ha perso ma è stato ripescato all’ultimo ed ora ha tutto davanti per riprovarci; un po’ come tutti gli allievi del Logos, ma se possibile, e non in tutti lo è purtroppo, in molti si legge una quasi infantile, ingenua voglia di farcela.

Sono tutti qui per imparare concetti astrusi come “mercato del lavoro”, “servizi per l’impiego” ed altre cose del genere.

Non saprei neanche da dove iniziare, nonostante la mia laurea, il mio master e tutti gli anni spesi ad occuparmi di politiche del lavoro ed inserimenti lavorativi.

Potrebbe insegnarmi molto di più sulla vita un singolo giorno della vita di ognuno di loro di quanto io abbia potuto imparare in tutta la mia formazione scolastica.

Quindi è meglio metterla sul piano dell’incontro senza troppi preamboli: studiarci, capirci e provare a ragionare assieme per conoscerci.

Non voglio insegnar loro nulla di più di ciò che già sanno o che potrebbero apprendere se solo si fermassero un attimo a ragionare, voglio solo aiutarli a mettere insieme i pezzi, i cocci delle loro vite (lavorative e non solo) per fare un po’ di ordine ed aiutarli a ripartire, sperando che sia la volta buona.

In questo sicuramente condividiamo lo stesso sguardo incantato e fanciullesco e questo forse è il vero piano di realtà su cui ci incontriamo, su cui forse alla fine ci piace giocare.

A quello sguardo che ti chiede: “Per favore dimmi che ce la posso fare, dimmi che ce la farò.” Rispondo con la verità.

Difficile non deluderli: per gente come loro, ma sempre più per tutti, non è facile trovare lavoro.

Per un istante li trasformo tutti, i dodici dell’aula, ma con loro le centinaia che ormai ho conosciuto, in vasi di argilla ancora da cuocere, scarti, scheggiati, ridotti in frammenti indecifrabili, in abbozzi di forme indefinite da riassemblare pezzo a pezzo.

“…Sai in questo periodo non ricordo che cosa ho fatto, veramente, ci ho pensato tutta la settimana ma non riesco a farmelo venire in mente. Ti giuro…” E sono cinque anni di vita che il suo sguardo, velato dalle sostanze, non riesce più a mettere a fuoco.

Proviamo ad impastare questi cocci in un'unica forma, come creta ancora da cuocere.

Di qui in poi tutti saranno uno solo: LUI, l’altro, categoria: “ex detenuto”.

Un identità collettiva prodotto della somma ghestaltica di più individualità, anonima ma assolutamente chiara e definita nella mia mente.

Oltre qualsiasi classificazione giudiziaria, sociologica, psicologica: LUI, o a volte LEI.

Sono un atropotipo prodotto dalla nostra società.

Assumono, mutando nella mia narrazione, singole fisionomie per lasciarmi il tempo di un ricordo, di una combinazione di modi di essere unici ed irripetibili come ogni essere umano su questa terra dovrebbe essere.

Come LUI “faccia da afgano”, brillante carriera da operaio specializzato, ottime possibilità di ricollocazione, da poco uscito per indulto, occupa abusivamente un alloggio popolare e si lava la faccia la mattina con l’acqua fredda: “…per ricordarsi di non adagiarsi sul lusso e sentirsi ancora vivo”.

O come LUI “selvaggio” con troppo poco tempo ancora per recuperare tutti gli amori sottratti dalla lunga carcerazione che mi chiede, prendendomi da parte,

 “… questa è una che fa scambi di coppia, non ci ha probblemi sai. Ma secondo te rischio di prendermi l’AIDS?” e potrebbe avere, mentre me lo chiede, quattordici anni di età e sarebbe lo stesso.

La stessa foga spinge quasi tutti alla ricerca di una normalità fatta di un lavoro, una casa, una famiglia o qualcuno con cui condividere la vita.

Per chi è appena uscito, per chi è stato ripescato all’ultimo e messo di fronte ad una nuova prova grazie all’indulto, l’urgenza di riacquisire tutto subito sembra essere giustificata dalla repentina interruzione di una detenzione immaginata molto più lunga.

Come dire: “… ci avete fatto uscire ed ora ci lasciate in mezzo ad una strada. E no, ora ci dovete dare un lavoro, una casa. Ci dovete aiutare, non importa se siamo in troppi”(LUI con gli occhiali).

E’ questo il punto: con l’indulto sono usciti senza rincorsa, hanno iniziato a correre e vogliono arrivare subito, prima che finisca loro il fiato, in fretta, tutto e subito.

Tutti uscendo corrono via veloci dal carcere, via il più lontano possibile, senza fermarsi, lontano verso la vita.

Ma sono anche un po’colti impreparati, sono come centometristi alla maratona di NewYork e molti non ce la faranno e con rabbia, disperazione, per nostalgia quasi ritorneranno in prigione senza nemmeno essere passati dal via.

 “Beh si è fatto tardi, è la mezza e ci vediamo la prossima volta, buon fine settimana a tutti”.

 E’ andata, come prima lezione non c’è male. M.C.